Il ministro del lavoro Poletti: “Laurearsi con 110 e lode non serve a niente”, ed è subito polemica

Il ministro del lavoro Poletti: "Se si gira in tondo per prendere mezzo voto in più si butta vuia del tempo che vale molto, molto più di quel mezzo voto. Noi in Italia abbiamo in testa il voto, ma non serve a molto" Ed è subito bufera sui social

C’è stato un fatto che sta facendo parlare da un giorno i giovani di tutta Italia, ritenendosi offesi dalle parole che il ministero del lavoro Poletti ha pronunciato durante l’incontro con gli studenti nella convention di apertura a Veronafiere di Job&Orienta: Prendere 110 e lode a 28 anni non serve a un fico, è meglio prendere 97 a 21.

Ma non solo, Poletti attacca i giovani cercando di spronarli per entrare il più presto possibile nel mondo del lavoro. La soluzione, secondo il ministro, sta nel cercare di conciliare studio e lavoro, accorciando i tempi di vacanza, tempi in cui lo studente, sempre secondo Poletti, dovrebbe dedicarsi a delle esperienze formative che contribuiscano a rendere una persona completa a 360 gradi, poiché quello che molto spesso si impara nelle aule universitarie è una realtà ben diversa da quella lavorativa che “il mondo dei grandi” propone.

I nostri giovani arrivano al mercato del lavoro in gravissimo ritardo. Quasi tutti quelli che incontro mi dicono che si trovano a competere con ragazze di altre nazioni che hanno sei anni meno di loro e fare la gara con chi ha sei anni di tempo in più diventa durissimo. Se si gira in tondo per prendere mezzo voto in più si butta vuia del tempo che vale molto, molto più di quel mezzo voto. Noi in Italia abbiamo in testa il voto, ma non serve a molto.

Quest’ultima affermazione è, tuttavia, da contestare, in quanto è risaputo che molti concorsi pubblici o aziende, non solo guardano il voto di laurea ma anche l’ateneo di provenienza dell’eventuale candidato. E anche su questo, il ministero del lavoro interviene, affermando che ci vorrebbe un cambio radicale della cultura del paese.

La polemica degli studenti

Sentendosi nuovamente attaccati – era già, infatti, accaduto in passato che gli studenti siano stati criticati e accusati di essere choosy, ossia schizzinosi – la replica degli studenti è stata forte, sia attraverso i social media: Lui aveva risolto così il problema: non s’è laureato, si legge in uno dei tanti commenti su Twitter. Oppure: E alla gente che ha ritardato gli studi perché ha avuto tragedie familiari, malattie, problemi economici cosa diciamo caro Poletti?. E ancora: Poletti ha ragione: la qualità non serve. E lo dimostra il fatto che anche uno come lui sia diventato ministro. Ma anche da parte dell’Unione degli Universitari, il cui coordinatore nazionale Jacopo Dionisio, insieme a Alberto Irone, portavoce della Rete degli Studenti Medi, scrivono in un comunicato stampa:

Sull’età con cui si entra nel mondo del lavoro vorremmo ricordare al Ministro Poletti che il problema non è la laurea: l’età media di laurea così come l’età media degli universitari è perfettamente in linea con la media europea. Il problema è che il nostro sistema produttivo non è in grado di valorizzare e assorbire i laureati (in Italia il tasso di occupazione dei laureati nella fascia 25-34 è del 62%, contro la media OCSE che si attesta all’82%), e che le regole del mercato del lavoro ci espongono a precarietà, salari bassissimi e lavoro nero. È inaccettabile che lo stesso Ministro che ha promosso il Jobs Act, aumentando la precarietà e riducendo i diritti, si permetta di dire che la colpa è degli studenti che badano troppo al voto, come se fosse un difetto valorizzare il proprio percorso di studio.

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